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ITALIA: DISINFORMAZIONE E MALA GIUSTIZIA VIOLANO I DIRITTI FONDAMENTALI |
 Il caso riguarda la repressione giudiziaria e mediatica illegale di una combattiva associazione ambientalista non governativa di Trieste inserita in una nota rete nazionale ed internazionale (AdT-FoE: Amici della Terra-Friends of the Earth). L'associazione triestina si distingue nella ferma difesa della legalità e lotta contro le ecomafie dei rifiuti del Nordest italiano, favorite dalla corruzione politica ed istituzionale, scoprendo e denunciando scandali sempre più rilevanti. L'associazione nazionale italiana omologa, vicina ad ambienti politici denunciati, incomincia perciò ad emarginarla con l'accusa di “giustizialismo”. Che è già una condanna inappellabile in un Paese dove la corruzione viene elevata a virtù nazionale dei furbi e dei potenti, la criminalità organizzata è diventata un'istituzione alla pari con lo Stato, e la legalità è un concetto da sradicare anche isolando i cittadini e le organizzazioni che insistono a difenderla. Perché purtroppo l'Italia e divenuta sempre più uno Stato alla rovescia: un antistato dell’illegalità nell'Unione Europea dei diritti e delle regole. In Italia se ti accusano di essere un “giustizialista” diventi perciò subito un diverso antisociale, uno scomunicato, e la tua vita cambia radicalmente. Sei una pecora scandalosamente bianca in un gregge nero di corrotti e corruttori, mafiosi e n’dranghetisti, puttane e puttanieri. Che per sembrare bianchi loro devono far sparire te. E così la repressione contro gli ambientalisti triestini “giustizialisti” si trasferisce rapidamente dal livello associativo a quello istituzionale, con un'intensa campagna giudiziaria anomala fondata sulla pena infernale del contrappasso: voi avete denunciato, e quindi venite denunciati. Le azioni giudiziarie anomale puntano dritte al nucleo dell’associazione, cioè ai quattro dirigenti più esposti nella difesa dell’ambiente e dei diritti civili, tentandone il massacro: quattordici procedimenti penali in otto anni, più le richieste di risarcimenti civili. E mentre i difensori dell'ambiente aggrediti si devono difendere da questo bombardamento, gli inquinatori e i politici responsabili dei disastri ambientali denunciati vengono assolti, dichiarati innocenti o non punibili. Eppure si tratta di crimini pesantissimi contro l’ambiente e la salute pubblica: l’intera provincia di Trieste è stata devastata impunemente per decenni da un colossale sistema di smaltimento illecito dei rifiuti, locali e da altrove, coperto dalle istituzioni. E con la connivenza di media che evitavano o paralizzavano il giornalismo d'inchiesta. Decine di discariche, anche enormi, dal mare alle coste ed al Carso: le ceneri tossiche (diossine) degli inceneritori ed altri rifiuti tossico-nocivi sono stati scaricate persino nelle zone balneari; le due sole valli fluviali fertili ed umide (Zaule e Noghere), al confine con la Slovenia, preziose per l'agricoltura e l'ambiente, sono state “bonificate” ad uso di zona industriale seppellendole sotto decine di milioni di metri cubi di veleni, scaricandovi in particolare fanghi industriali (i famigerati “sludges”, un micidiale mix di idrocarburi, acidi, metalli pesanti); preziose doline e grotte carsiche utilizzate per fare sparire i rifiuti più scomodi (allucinanti i laghi di nafta che si trovano ora in alcune di queste cavità), come ha documentato nel gennaio del 2010 l'edizione italiana del National Geographic. Ma nessuno dei responsabili privati ed istituzionali dovrà mai rispondere per questi crimini contro l'ambiente e la popolazione. E per questo si puniscono invece gli ambientalisti che osano indagarli e denunciarli, facendone emergere anche le autorevoli complicità attive e passive, incluse le omertà ininterrotte di media che si pretendono indipendenti, e sono pronti a collaborare anche alla punizione dei denuncianti. Così l'associazione nazionale tenta di paralizzare i “giustizialisti” triestini simulando abusino del nome e del logo sociali, chiede al Tribunale di Trieste di inibirglieli, ottiene assurdamente il provvedimento ed il quotidiano monopolista di Trieste “Il Piccolo” spara la notizia, incorniciandola in cronaca nera tra cronache di truffa, spaccio di droga e teppismo, con un testo che evidenzia anche nome e ruolo del Presidente del Tribunale rappresentando il tutto come un giusto provvedimento contro dei profittatori. L'associazione triestina danneggiata invìa prima in via bonaria e poi ai sensi di legge una risposta-rettifica immediata che corregge l'interpretazione dei fatti e del provvedimento, annunciando appello, ma il giornale si rifiuta di pubblicarla. Il conseguente ricorso dell'associazione al Tribunale perché ordini la pubblicazione della rettifica viene trattato dagli stessi giudici, con lo stesso Presidente, che avevano emesso il provvedimento inibitorio e si trovano così a giudicare sul proprio stesso operato. Ed invece di astenersi non solo respingono la richiesta legittima dell'associazione, ma non compensano nemmeno le spese tra le parti, e la condannano a pagare 10.000 euro di spese legali (esagerate) al quotidiano che ha violato la legge sulla stampa ed i diritti fondamentali dei danneggiati. Gli ambientalisti ricorrono contro la decisione chiedendo la sospensione del pagamento ingiusto, che per una piccola associazione no profit autofinanziata sarebbe palesemente proibitivo mentre per i bilanci del giornale è un'inezia. Ma il Tribunale le nega anche la sospensione, consentendo al quotidiano di emettere immediatamente il precetto per incassare forzosamente la somma pignorando le risorse dell'associazione in modo da paralizzarla. “Giustizia” è fatta, dunque: a Trieste le pecore bianche che osano difendere legalità ed ambiente vengono ridotte al silenzio e punite due volte, una perché denunciano le malefatte delle nere, e l'altra perché pretendono anche di costringerle a rispettare la legge in materia di informazione. Non è il primo rapporto anomalo tra il quotidiano ed il Tribunale locale, sul quale sono anche in corso numerose indagini. Ma questo non riduce la rilevanza del caso: la aggrava. E conferma che l'Italia, ex “patria del diritto”, e Trieste sono sempre meno un Paese ed una città per gli onesti.
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IL DOSSIER DELLA DIGOS SULLA VIOLAZIONE DELLA LEGGE SEVESO A TRIESTE  L’inchiesta svolta dalla DIGOS per la Procura della Repubblica di Trieste sulla violazione della Legge Seveso conferma, come denunciato dalla nostra associazione, la totale assenza di qualsiasi forma di prevenzione sulle emergenze industriali. Il dossier della DIGOS traccia il quadro di un degrado istituzionale sconvolgente. Per anni le amministrazioni pubbliche in concorso tra loro si sono prodigate, con omissioni, falsi in atti e false dichiarazioni, a disapplicare le normative sulla sicurezza dei cittadini nei confronti dei rischi di incidente agli stabilimenti industriali. E questa maxi operazione di copertura disinformativa è servita anche a spianare la strada al progetto del terminale di rigassificazione della spagnola Gas Natural. La principale responsabile delle procedure risulta essere la Prefettura di Trieste, ovvero l’ufficio del Governo, che ha l’incarico di predisporre la pianificazione sulle emergenze industriali coordinando le amministrazioni pubbliche locali. Ma la Prefettura ha affidato la redazione della pianificazione dei piani di emergenza esterna delle società assoggettate alla Legge Seveso ad un collaboratore esterno in congedo viste “le carenze di personale dirigenziale della carriera prefettizia”. Un pensionato assegnato - a titolo di volontariato - a gestire la più delicata tra le competenze di spettanza della Prefettura. E così si scopre che per eleborare i Piani di Emergenza Esterni non sono nemmeno state seguite le linee guida del Dipartimento di Protezione Civile (risalenti al 2004) ma è stato utilizzato un metodo “Speditivo” che consiste in una semplificazione delle procedure con esclusione delle zone di rischio più esterne allo stabilimento industriale. Eliminate così artificiosamente le zone di rischio che coinvolgono il maggior numero di cittadini, si è ottenuta una drastica riduzione del pericolo. Una riduzione virtuale naturalmente, perché il pericolo reale non può essere cancellato. Ma comunque per le amministrazioni pubbliche che eludono la legge Seveso non c’è da preoccuparsi. La totale assenza di diffusione alla popolazione delle informazioni sulle emergenze ha reso sinora impossibile qualsiasi contestazione. La logica seguita è brutalmente efficace: se non si conoscono i rischi non ci si allarma. E se gli incidenti dovessero capitare si può sempre sperare nella “buona sorte”.
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ALTRE FALSIFICAZIONI ATTORNO AL RIGASSIFICATORE |
Nota di spiegazione e accompagnamento dei documenti per la conferenza stampa

Foto: La centrale turbogas Kleen Energy System di Middletown (USA) dopo l'esplosione Ljubljana, 10.2.2010 TRIESTE: ALTRE FALSIFICAZIONI ATTORNO AL RIGASSIFICATORE Alpe Adria Green presenta in conferenza stampa nuovi documenti giudiziari
Alpe Adria Green ha già denunciato e documentato all'opinione pubblica e alle autorità nazionali ed europee la pericolosità del terminale di rigassificazione della società spagnola Gas Natural che le autorità italiane vorrebbero realizzare nel porto industriale della città di Trieste.
Un incidente o attentato causerebbe un numero elevatissimo di vittime e la devastazione parziale di aree abitate, del porto e del terminale dell'oleodotto transalpino (TAL) che rifornisce l'Europa centrale.
Il rischio (ora confermato anche dall’incidente di Middletown negli USA) è accresciuto dalla vicinanza di altri impianti industriali pericolosi che potrebbero incendiarsi ed esplodere a catena (effetto domino) e per i quali le autorità italiane non hanno mai predisposto i piani di emergenza e di informazione pubblica previsti dalle norme europee e nazionali.
Una recente indagine della magistratura triestina, svolta dagli investigatori della Guardia di Finanza, ha già fornito le prove che il progetto del rigassificatore approvato dalle autorità italiane ha nascosto o minimizzato questa situazione di pericolo.
Ora un'altra indagine giudiziaria, svolta dalla Divisione Investigazioni Generali Operazioni Speciali della Polizia di Stato italiana, ha fornito le prove che durante la preparazione del progetto del rigassificatore (2004-2006) la sua pericolosità è stata nascosta anche falsificando le previsioni dei rischi di incidente dell'impianto industriale più vicino.
Si tratta di un terminale per navi cisterna da 30.000 tn con tank farm di 67.000 mq della società DCT-Depositi Costieri Trieste, che immagazzina in vecchi serbatoi fuori terra circa 51.000 tn di gasolio con una capacità massima di circa 65.000 tn; i suoi documenti segnalano come impianti a rischio più vicini il terminale dell'oleodotto, la ferriera di Servola, la fabbrica di ossigeno Linde, lo stadio e il palazzo dello sport.
La dichiarazione di rischio originaria (doc. 1) prevedeva nel 2000 come incidente maggiore l'incendio dei serbatoi di gasolio, con esplosioni, incendi e pericolo per le persone sino allo stadio e al palazzo dello sport, e come incidenti minori possibili perdite di gasolio in mare nel travaso dalle navi.
Nelle previsioni di rischio del 2004 (doc. 2) e 2006 (doc. 3) , durante la progettazione del rigassificatore, vengono invece menzionati soltanto i possibili sversamenti in mare, nascondendo completamente i pericoli maggiori per la popolazione.
Si tratta di una falsificazione evidente del rischio, che è stata egualmente ricevuta e approvata dalle stesse autorità responsabili della valutazione del rigassificatore: Ministero dell'Ambiente, Regione, Provincia, Comune di Trieste, Vigili del Fuoco. Appare perciò significativo il fatto che il progetto del rigassificatore presenti anche cartografie dove la tank farm pericolosa non esiste o i serbatoi del rigassificatore sono costruiti a distanze differenti da essa (doc. 4 - analisi tecnica, pag. 17 e 45) .
Dai nuovi documenti giudiziari risultano inoltre sottostimati i rischi dei due impianti più pericolosi adiacenti alla tank farm: Linde e ferriera di Servola, che sono ancora più vicini ad aree densamente abitate. La Ferriera di Servola viene addirittura esclusa dalla pianificazione delle emergenze esterne. I serbatoi della Linde (doc. 5) contengono 1866 tn di ossigeno, che in caso di fuoriuscita forma una nube che facilita l'accensione violenta anche di sostanze poco combustibili, con rischio conseguente di incendi ed esplosioni potenzialmente devastanti. Ma la previsione di rischio ufficiale riguarda, inspiegabilmente, solo piccole perdite casuali, senza considerare né l'effetto domino, né la possibilità di attentati.
Per la ferriera di Servola (doc. 6) le previsioni di rischio riguardano il rilascio tossico, l'incendio e l'esplosione di gas di cockeria, gas d'altoforno, gas metanato, metano, fumi di combustione, la rottura catastrofica del gasometro del gas coke ed il rilascio tossico ed incendio di gasolio. La ferriera si trova a 150-300 metri dalle abitazioni più vicine, ma le autorità hanno accettato la dichiarazione che il pericolo riguarderebbe solo l'interno degli impianti. Questi nuovi documenti confermano che il progetto di rigassificatore di Gas Natural nel porto industriale di Trieste è stato appoggiato sin dal 2004 con falsificazioni delle informazioni sui pericoli gravissimi per la popolazione, oltre che sui danni ambientali. Alpe Adria Green constata inoltre che su questi fatti concreti le autorità italiane e Gas Natural hanno risposto sinora agli ambientalisti ed alle autorità slovene soltanto con dichiarazioni generiche, pressioni politiche e campagne stampa pubblicitarie o disinformative.
Ljubljana, 10.2.2010.
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È FALSA LA NOTIZIA DI “APPROVAZIONE EUROPEA” DEI RIGASSIFICATORI NEL GOLFO DI TRIESTE |
Una disinformazione grossolana su procedure inesistenti
Alpe Adria Green renderà pubblici altri documenti su falsificazioni e coperture
Trieste-Ljubljana, 1.2.2010.- È falsa la notizia pubblicata in Italia che il 26 gennaio a Bruxelles la Commissione Europea avrebbe dichiarato la regolarità delle procedure italiane e negato il diritto di opposizione della Slovenia per i due rigassificatori progettati nel Golfo di Trieste. Si è trattato soltanto di una riunione tecnica trilaterale informale, conclusa con la raccomandazione europea all'Italia di effettuare con la Slovenia una valutazione comune degli impatti.
La notizia vera da Bruxelles era stata lanciata già il 27 gennaio dalle agenzie slovene ed ignorata in Italia, dove è stata invece diffusa appena il 29 e 30 gennaio la notizia falsa, che risulta costruita da Trieste con quattro lanci di notizie equivocabili e dichiarazioni di un politico locale sostenitore dei rigassificatori, il sottosegretario italiano all'ambiente Roberto Menia.
L'asserita “approvazione europea” dei due impianti non sarebbe stata comunque possibile perché simile procedura non esiste. Al contrario, Commissione e Parlamento europei hanno appena confermato ufficialmente (14 e 21.1) all'organizzazione ambientalista internazionale AAG-Alpe Adria Green di avere aperto le indagini sui suoi reclami contro il progetto di rigassificatore della società spagnola Gas Natural nel porto industriale di Trieste.
I reclami di AAG, che si fondano anche su documenti da indagini giudiziarie, affermano che il progetto della società è pericoloso, conterrebbe dati tecnici ed ambientali falsificati e sarebbe stato illecitamente favorito da autorità politiche italiane.
AAG informa ora che per porre fine alle troppe speculazioni sulla questione renderà pubblici altri documenti decisivi, che confermano in particolare falsificazioni e coperture delle informazioni tecniche sui gravissimi rischi per la popolazione in caso di incidente od attentato. Tali rischi coinvolgerebbero anche il vicino terminale dell'Oleodotto Transalpino, che da Trieste rifornisce Austria, Germania e Repubblica ceca.
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RIGASSIFICATORI NEL GOLFO DI TRIESTE: PERCHÉ NO |
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UN DOCUMENTARIO TRANSNAZIONALE PER FARE CHIAREZZA
Il piano nasce da un’idea molto semplice quanto necessaria e doverosa: fare corretta informazione sui progetti dei terminali gas nel Golfo di Trieste. Il documentario affronta una problematica inter-nazionale che è anche motivo di confronto e contrasto tra due Paesi dell’Unione Europea, e verrà realizzato con riprese a Trieste e in Slovenia.
Quali sono veramente gli impatti ambientali previsti? Quali i rischi reali per la sicurezza della popo-lazione di Trieste e del Litorale altoadriatico? Quali le conseguenze sulle economie locali? Quali gli impatti sul traffico marittimo commerciale e diportistico da Trieste a Koper-Capodistria? Cosa ne sanno realmente i cittadini? I rigassificatori sono davvero necessari, o no? Quali sono le alternative energetiche già da ora possibili?
Queste sono alcune delle domande alle quali il documentario vuole dare risposta, anche intervistan-do scienziati, tecnici, cittadini, giornalisti, amministratori pubblici, politici.
Una parte essenziale del documentario valuterà il rischio industriale di sicurezza pubblica verifi-candone la situazione concreta a Trieste, per la quale l'Italia è già stata messa in mora dalla Com-missione Europea su denunce di Greenaction Transnational. Qual è già ora il pericolo? Dove sono i Piani di emergenza esterna (P.E.E.) degli stabilimenti a rischio, e perché i cittadini non ne vengono informati? Perché non è mai stato predisposto un piano per l’evacuazione della popolazione in caso di incidenti, e perché non è mai stata fatta alcuna prevenzione, che include le esercitazioni sul cam-po dei lavoratori e degli abitanti dell'area? Come è possibile autorizzare un terminale di rigassifica-zione in un'area fortemente urbanizzata e così esposta dall'elusione sistematica delle norme di sicu-rezza?
Si valuterà inoltre la gestione dell'informazione giornalistica in Italia (in particolare a Trieste) e Slovenia. Come sono state date le notizie, e quali, nei due Paesi? Perché i media dalla parte italiana del confine, hanno omesso notizie fondamentali sulle irregolarità documentate del progetto di rigas-sificatore di Gas Natural, e pure propagandato acriticamente disinformazioni, disorientando i citta-dini ed indebolendone le difese? Perché invece i media della Slovenia hanno potuto fare libera in-formazione professionale, consentendo ai cittadini di valutare il problema ed organizzare un'opposi-zione maggioritaria? E’ possibile che in un Paese co-fondatore dell'Unione Europea come l'Italia l'informazione pubblica rimanga così condizionata e censurata dai poteri di turno?
Il documentario sarà dunque un’inchiesta giornalistica sul campo nello stile e con tutta la libertà professionale del giornalismo internazionale. Le fonti documentali sulle inchieste in corso (Autorità giudiziarie, Commissione Europea) saranno curati da Alpe Adria Green e da Greenaction Transna-tional, che mettono a disposizione i propri archivi.
Il documentario, che si prevede possa esser terminato entro giugno, verrà presentato pubblicamente ed inviato alle istituzioni italiane e slovene, al Parlamento Europeo ed alla Commissione Europea come video-denuncia ad integrazione delle altre iniziative già avviate.
Aderiscono già al progetto (in ordine alfabetico):
AAG (Alpe Adria Green)
A.N.A.P. (Associazione Nazionale Assistenza Pensionati) sezione di Trieste
Associazione NOSMOG Onlus-Comitato Ambientalista Servolano
Comitatato per la Salvaguardia del Golfo di Trieste
Comitato S.O.S. Muggia
Greenaction Transnational
Gruppo Beppe Grillo Trieste
Il Supporto Tecnico Rischi antropici Industriali viene offerto dal Tavolo Tecnico Rigassificatori Trieste del Sindacato UIL Vigili del Fuoco del Friuli Venezia Giulia.
Per il progetto viene chiesto inoltre il patrocinio delle amministrazioni pubbliche locali italiane e slovene coinvolte dai progetti dei terminali di rigassificazione nel Golfo di Trieste, ed in particolare a: Regione Friuli Venezia Giulia; Provincia di Trieste; Comuni di Trieste, Muggia, Dolina, Duino-Aurisina-Devin Nabrezˇina, Sgonico-Zgonik, Monrupino-Repentabor (Italia); Comuni litoranei di Koper-Capodistria, Izola-Isola, Piran-Pirano (Slovenia).
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LA SLOVENIA PER LA TUTELA INTERNAZIONALE DELL'ADRIATICO |
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Risoluzione parlamentare sull'ambiente marino
Formalizzata anche la contrarietà ai rigassificatori nel Golfo di Trieste
La Camera di Stato della Repubblica di Slovenia ha approvato il 17.12.2009 una “Risoluzione sulle strategìe per l'Adriatico” proposta da un gruppo di parlamentari col patrocinio dell'organizzazione ambientalista internazionale Alpe Adria Green, di cui fa parte anche Greenaction Transnational.
La risoluzione stabilisce le posizioni e gli standard ambientali di riferimento che la Slovenia osserverà in materia anche nei rapporti con gli altri Paesi adriatici, e la impegna a a rappresentare e difendere fermamente gli interessi di tutela ambientale e di sicurezza dell'Adriatico settentrionale secondo le convenzioni internazionali e le norme ed indirizzi dell'Unione Europea.
Il documento afferma inoltre che le strutture ed impianti nuovi che abbiano impatti rilevanti sull'ecosistema adriatico devono essere valutati a livello regionale, cioè fra tutti i Paesi dell'area. La Camera di Stato slovena ha formalizzato in tal senso contrarietà alla costruzione di rigassificatori nell'alto Adriatico ed in particolare nel Golfo di Trieste, sia in territorio italiano che in quello sloveno.
Alpe Adria Green e le organizzazioni ambientaliste aderenti ritengono che la risoluzione della Slovenia per la tutela internazionale dell'Adriatico sia un passo decisivo che dovrebbe essere recepito nei contenuti dagli altri Paesi della regione. Ringraziano inoltre tutti i parlamentari sloveni che hanno contibuito a questo risultato, e per il particolare impegno Luca e Franco Juri.
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RIGASSIFICATORE: GREENACTION SMENTISCE GAS NATURAL |
La magistratura non ha mai annullato le accuse di falsa documentazione
Gas Natural avrebbe anche un debito netto di 21,92 miliardi di euro
La società Gas Natural, proponente un rigassificatore a Trieste, ha dichiarato sul Piccolo 28.11, tra altro: «L’accusa di falsa documentazione imputataci da alcuni ambientalisti è stata completamente chiarita davanti alla Procura, e infine archiviata perché totalmente falsa.» L’organizzazione ambientalista Greenaction Transnational – AAG smentisce questa dichiarazione di Gas Natural richiamandosi agli atti giudiziari, pubblicati da tempo sul sito http://www.greenaction-planet.org .
Dagli atti giudiziari risultano infatti aperte in merito due inchieste penali, su segnalazione rispettivamente degli ambientalisti, inclusa Greenaction, e dei Comuni di Muggia e Dolina. La seconda indagine è ancora in corso, mentre nella prima la Polizia Giudiziaria (Guardia di Finanza – Sezione Navale di Trieste) ha accertato le false documentazioni, proponendo il rinvìo a giudizio dei responsabili.
A quel punto risulta dagli atti che la Procura di Trieste ha inviato parte del fascicolo istruttorio al Ministero dell’Ambiente coinvolto (sul che sono in corso altri accertamenti) e lo ha poi trasmesso per competenza alla Procura di Roma, che per archiviarlo non ha affatto dichiarato che l’accusa fosse falsa, ma che la materia fosse amministrativa e non penale. Ed a livello amministrativo sono stati ora presentati ben cinque ricorsi al TAR (Greenaction-AAG, Comuni di Muggia, Dolina, Koper-Capodistria, WWF-Legambiente).
Le altre dichiarazioni di Gas Natural confermano inoltre che, come rilevato anche nei ricorsi al TAR, il parere ambientale favorevole delle autorità italiane è stato abnormemente dato prima e senza che venissero garanzie ambientali e di sicurezza fondamentali.
Quanto a garanzie operative, Greenaction osserva che secondo il Wall Street Journal del 4.11.2009, sezione Business (fonte: Dow Jones), i bilanci attuali di Gas Natural registrerebbero un debito netto di 21,92 miliardi di euro.
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RICORSO AL TAR CONTRO IL RIGASSIFICATORE DI TRIESTE |
SINTESI STAMPA
degli argomenti del ricorso presentato il 13.11.2009 da Greenaction Transational (AAG) al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Friuli Venezia Giulia contro il decreto con cui il Governo italiano ha approvato il progetto di rigassificatore della società Gas Natural nel porto industriale di Trieste (Zaule).
Si tratta del decreto e del progetto che il Governo italiano ha fornito anche al Governo sloveno garantendone la regolarità tecnica e giuridica.
1. La Commissione Tecnica di VIA-VAS (valutazione di impatto ambientale e strategico) del Ministero dell’Ambiente italiano che ha emesso i pareri finali sul progetto è stata dichiarata illegittima ab origine dal TAR del Lazio. Era quindi priva di poteri.
2. Il decreto con cui la Commissione si è dichiarata favorevole al progetto è condizionato ad accertamenti ed adempimenti che dovevano essere compiuti prima di emettere il decreto e non dopo. Il decreto non poteva quindi essere emesso, e non può essere considerato favorevole.
3. Non sono state considerate le violazioni delle norme comunitarie in materia di impianti pericolosi (direttiva “Seveso” bis n. 96/82/CEE e direttiva 2003/105/CEE sul controllo pericoli incidenti rilevanti sostanze pericolose);
4. Il progetto non contiene ovvero falsifica dati tecnici essenziali come la profondità e la temperatura del mare nella zona dove dovrebbe sorgere il rigassificatore, l’inquinamento termico e chimico delle acque prelevate ed emesse nel mare dall’impianto, la vicinanza di altre industrie pericolose, i problemi reali (non risolvibili) di sicurezza in caso di incedenti o attentati, il gasdotto di collegamento alla rete di distribuzione del gas.
5. Parti essenziali degli studi del progetto sono generiche e/o non firmate dai tecnici responsabili.
Conclusioni: per quanto sopra il decreto impugnato dev’essere annullato dal Tribunale Amministrativo. Non si comprende come le Autorità italiane possano dichiarare sia in Italia che alla Slovenia che si tratta di un atto regolare dal punto di vista tecnico e giuridico.
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Greenaction e Alpe Adria Green ringraziano tutti i donatori che hanno reso possibile arrivare allla presentazione del primo ricorso contro l’autorizzazione rilasciata dal Governo italiano al progetto del terminale gas di Zaule. Nel contempo preghiamo tutti i cittadini sensibili all'ambiente, istituzioni e ditte di continuare a sostenerci poichè questa è solo la prima istanza di una lunga procedura giudiziaria.
SCARICA IL RICORSO AL TAR
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9 NOVEMBRE: MANIFESTAZIONE DI AAG DAVANTI AL PARLAMENTO SLOVENO |
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NO AI RIGASSIFICATORI NEL GOLFO DI TRIESTE
Il 9 novembre 2009 Alpe Adria Green, in occasione dell’incontro interministeriale tra Italia e Slovenia, ha organizzato davanti al Parlamento Sloveno un presidio di protesta contro i progetti dei rigassificatori nel golfo di Trieste. Una delegazione di Alpe Adria Green è stata ricevuta dal Presidente del Parlamento sloveno Pavel Gantar a cui sono state consegnate le richieste dell’associazione ambientalista.
Le richieste sono state presentate pure all’ambasciata italiana che peraltro non ha voluto comunque accogliere la delegazione degli ambientalisti bloccati all’ingresso da un carabiniere della vigilanza.
Una dimostrazione di come le autorità italiane intendono il dialogo con la società civile europea?
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